Folco Orselli: «Milano? È in tutti i miei dischi»


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Definirlo cantautore, cantastorie o chansonnier sarebbe riduttivo, Folco Orselli è tutte queste cose insieme e anche di più. Al centro del suo essere un artista indipendente, capace di passare dalla risata alla poesia, dal rock al blues, dal funky al jazz, senza vergognarsi di citare i maestri del passato, c’è Milano, la sua città, che traspare da ogni brano, da ogni storia raccontata e persino da quel timbro della voce che sa di nebbia e di barbera, di Navigli e di tram.

 

Molti in città conoscono Folco dai tempi della Compagnia dei cani scossi (1997) o del movimento musicale del Caravanserraglio che ha animato le notti milanesi a partire dalla Casa 139, nel 2001. Tutte idee uniche di musica e teatro, scrittura e canzoni, che hanno conquistato i nottambuli più autentici. Ma i suoi progetti sono stati sempre tanti e tutti diversi: dopo un premio importante come quello del Festival Musicultura del 2008 (dove ha vinto tutto con L’amore ci sorprende), Folco si è dedicato a due inediti viaggi discografici (uno con gli Arm on Stage e uno di ballate per orchestra: Generi di conforto) per poi tuffarsi, tra il 2013 e il 2014 in un’altra avventura ancora con Carlo Fava e Claudio Sanfilippo: con le serate di Scuola milanese, alla Salumeria della musica, il trio ha raccolto decine di testimonianze di ospiti importanti, pronti a raccontarsi nel nome della milanesità, da Ornella Vanoni al sindaco Pisapia.

 

Oggi incontriamo Folco in un momento importante della sua vita, a 44 anni appena compiuti, tra una data della tournée dello spettacolo Passati col rosso, musicato da Folco e scritto e interpretato dalla coppia di autori e amici Gino & Michele, e l’uscita del suo quinto album, Outside is my side, autoprodotto con l’aiuto dei sue due nuovi colleghi di palco (milanesi, guarda caso, anche loro). E così capiamo che lo “stare ai margini” di uno showbusiness un po’ malato, in realtà, è il suo fiore all’occhiello: meglio essere outsider che insider, insomma. Per non perdere di vista se stessi e continuare a farsi ispirare dall’energia della propria città.

In che zona di Milano sei cresciuto?

«Alla stazione centrale: non dentro, naturalmente, intorno. In piazza Camillo De Lellis. Ricordo che andavo a piedi alla scuola Galvani già in seconda elementare. Passavo davanti alla stazione e quando uscivo, una delle cose che mi piaceva di più fare era entrare alla stazione centrale e andare a vedere il museo delle cere: conoscevo il custode e per me era come andare in un teatro, mi affascinava tutta quella immobilità quando fuori c’erano gli arrivi, le partenze, i saluti… poi scendevi una scala ed entravi in un mondo sospeso… per me era un luogo magico. Ci andavo spesso, almeno una volta la settimana, uscivo da scuola e andavo da questo signore che mi faceva entrare senza pagare perché era contento di vedere un bambino così piccolo e così interessato. A ripensarci c’erano delle cose terrificanti: Barbablu, Marat morto accoltellato, il suicidio di Hitler… eppure era un luogo che mi dava pace. Poi l’hanno chiuso… prima o poi dovrò scrivere una canzone su questo posto strano… Poi mi piaceva anche lo zoo, anche lì andavo spesso da solo, mi piaceva Bombay l’elefantessa che faceva uno spettacolo surreale con l’organetto… e poi andavo spesso al luna park delle Varesine, all’epoca era un luogo gestito da persone un po’ losche, mi ricordo che con un gruppo di amici giocavamo a fare gli investigatori privati e ci infilavamo dappertutto per indagare… meno male che non ci ha mai beccato nessuno!».

 

Che anima ricordi del tuo quartiere?

«C’era sempre gente in giro, mio padre ha sempre avuto un negozio lì vicino, in via Vittor Pisani, zona di commercianti e di grossisti, mi ricordo sempre tanta gente, una varietà umana diversa dal classico turista. Gente che veniva a Milano per amore, per lavoro, per trovare i figli, per scappare… un’umanità che incontravo girando spesso, magari con i pattini o lo skate… Poi non bisogna dimenticare che viale Tunisia e via Lazzaretto, all’epoca, venivano chiamate la Kasbah ed erano la zona in cui si ritrovavano persone da tante parti del mondo. Già ai tempi era una zona avanti…».

 

E ora dove vivi?

«Dopo anni in piazzale Susa, sono tornato in zona, all’inizio di via Melchiorre Gioia. Non lontano da quel corso Como di cui ho scritto in un disco intero: Milano, Babilonia. Mi ero appena trasferito qui e avevo fatto un’indagine antropologica, sono andato nei locali, mi sono anche divertito… in corso Como c’è il massimo della provincia all’interno della città, credo che i milanesi lo sappiano e per questo lì siano davvero pochi. Non ho nulla contro la provincia, sia chiaro, ma non è Milano».

 

Quanto c’è di Milano nelle tue composizioni? 

«Moltissimo. Anche se poi è trasfigurata. È una metropoli piena di gente, Milano è una città del mondo vera, l’unica in Italia, secondo me. I milanesi lo sanno: Milano è una donna-amante difficile che va conquistata, per me è… una donna senza seno ma con un gran culo, da corteggiare continuamente! Oppure, come dice il mio amico Cinaski (ndr poeta e cantautore, Vincenzo Costantino), “Milano è una donna che ti accoglie con le gambe accavallate poi sta a te fargliele scavallare”, e questo per me è molto affascinante. In tutti i miei dischi c’è Milano, questo convitato d’asfalto (anziché di pietra), è qui sempre con me, la descrivo, la cammino, la racconto, mi piace sentirmi solo in mezzo a tutta questa gente, mi piace questa moltitudine. Guardare nelle finestre accese delle case è uno dei miei giochi preferiti quando cammino di notte, mi piace immaginare le storie, le felicità, le tristezze, ma anche le piccole cose… sono tutti spunti per storie da raccontare».

 

Essere outsider a Milano cosa significa?

«Significa avere capito da che parte si vuole stare. Significa dire, come in Quinto potere di Sidney Lumet: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”. Significa prendere delle posizioni e mostrarle a se stessi e agli altri. La discografia per esempio è scomparsa: non esistono più i produttori, fanno solo i talent show dove prendono questi ragazzi che non hanno quasi nessuna esperienza, se non quella di fare le code ai casting, li sbattono in televisione e poi fanno i dischi. Questi sono gli insider che non producono più artisti, ma prodotti da pubblicizzare. Non si gioca così con l’arte. L’arte fa bene agli uomini, alle donne, alle menti, non può sottostare a queste regole. Cosa può avere da raccontare uno che fino a due giorni prima faceva altro e sognava solo il successo. Il successo è una cosa difficile, brutta anche: bisogna confontarsi con se stessi, bisogna fare la gavetta, andare in crisi, sanguinare, spogliarsi di vestiti che avevi scelto e uccidere padri spirituali e artistici per poi trovare te stesso. Non è solo una questione di quanto sei veloce nell’ultimo miglio. E quindi sto dalla parte degli outsider che cercano il vero valore delle cose: se una cosa fa schifo bisogna poter dire che fa schifo, se è bella bisogna saperla apprezzare e capire perché è bella. Si è outsider in tutto e dappertutto, non solo nella musica, ma nell’impresa, nel commercio… bisogna avere amore per ciò che si fa e per chi entra in contatto con te. E l’unico modo per farlo è scavare dentro di te e avere esperienza, essere onesti intellettualmente. Per esempio uno che fa 1000 bottiglie di vino perché la sua vigna produce per mille e non per le 10mila che potrebbe fare con le uve degli altri, fa una scelta di qualità, questo è un outsider. Outside is my side perché è così. Bisogna cominciare a dirlo: bisogna fare “outsiding” non “outing”».

 

Come è nato il progetto della Scuola milanese e che sviluppi avrà?

«È nato da un’idea di Carlo Fava, gli girava in testa da anni l’idea di riunire alcuni cantautori come me e Claudio Sanfilippo, per fare un’indagine su Milano, sulla scuola milanese, se c’è, e per capire questa città che potrebbe essere una delle più belle del mondo. Lui ha avuto l’idea, l’abbiamo sviluppata, l’abbiamo declinata in più materie, abbiamo fatto 30 puntate in due anni alla Salumeria della musica, abbiamo invitato gli esperti dei vari temi e l’abbiamo condita con le nostre canzoni. Abbiamo capito che c’è veramente tanto amore, c’è senso di appartenenza: la milanesità è molto riconoscibile. Ci siamo stupiti di vedere accettare subito il nostro invito da parte di personaggi come Ornella Vanoni, Ferruccio Soleri, l’arlecchino di Strehler, anche se, da toscano, è un milanese cosiddetto arioso, i fratelli Boeri, il sindaco Pisapia… noi mandavamo le mail con l’invito e tutti aderivano senza problemi, con amore. È stata un’esperienza bellissima, molto faticosa, autoprodotta, senza sponsor, con un’orchestra. Tutte le serate sono state riprese, abbiamo preparato un docu-film e stiamo cercando di proporlo… Ora ci siamo fermati per seguire gli altri nostri progetti. Sai, credo che se la Scuola milanese l’avessero fatta altri personaggi celebri, non so… Fedez, Antonacci e qualcun altro, l’avrebbero portata agli Arcimboldi. Se invece la fanno tre outsider, il mondo fa finta di niente. Quante cose ci stiamo perdendo con questa distrazione? Ognuno può agire a suo modo. C’è anche chi può agire uscendo di casa e andando a vedere uno spettacolo diverso dal solito…».

 

Com’è cambiato il pubblico, in generale?

«La partecipazione della gente è davvero scemata. Se nessuno va nei club, i musicisti non possono essere pagati, non sopravvivono e… la pianta muore, muore dalla radice. Facebook va benissimo, ma va preso con le pinze perché rischia di assolvere a un desiderio di partecipazione che poi non applichi più. Se per un’ora hai visto foto, commenti, video, informazioni… alla fine, magari a livello inconscio, ti dici: “va beh, sono soddisfatto” ed è come se ci fossi già stato. Questo è pericolosissimo perché va a distruggere la partecipazione. E se non c’è nessuno che va a vedere gli spettacoli, lo spettacolo muore. Questo è un pericolo tremendo».

 

Come mai Gino & Michele ti hanno chiamato per lo spettacolo e ti producono?

«Non è successo niente di strano. Ho iniziato a produrmi questo disco, Outside is my side, due anni fa. Ci conoscevamo già un po’, anche grazie alla Scuola milanese dove erano passati molti comici di Zelig. Così gli avevo mandato il mio disco precedente e Michele mi aveva risposto con un commento molto carino… Poi, mentre registravo il mio disco, mi hanno chiesto di fare le musiche per il loro spettacolo autobiografico. Ci siamo visti in piena estate e ne abbiamo parlato. È stato molto bello. E mentre lavoravo alle loro musiche gli ho detto: “Sentite, io sto facendo questo disco, non so se vi piace… sapete, sono un outsider e ho bisogno d’aiuto” e loro sono intervenuti subito. Poi è partito il tour, siamo passati anche dal Piccolo Teatro di via Rovello, il 22 dicembre, ed è stata un’emozione incredibile. È uno spettacolo con i loro testi che hanno avuto più successo negli ultimi 40 anni. Un modo di ridere intelligente, satirico: anche loro, a modo loro, sono stati e sono outsider».

 

Come è entrato il grande Enzo Jannacci nella tua vita? L’hai mai incontrato?

«Quando rientravo da piccolo dalle mie scorribande, a casa trovavo sempre mio papà che ascoltava i dischi di Jannacci. In particolare Ci vuole orecchio (1980) si è innestato nel mio immaginario perché per me era come ascoltare uno stregone, un taumaturgo, i suoi sono testi che ti lasciano lì e non li capisci bene, nemmeno se sei un adulto. È un’arte, ti dà degli indizi che ciascuno può elaborare a modo suo. Jannacci ha questo suo modo così filmico di dare delle pennellate che in Italia non ha nessuno, forse Paolo Conte. Per questo ho voluto rendergli omaggio in questo disco con Quello che canta onliu. Se l’ho incontrato? Sì, certo, in particolare ricordo un episodio di una decina d’anni fa più o meno. Eravamo al Teatro Dal Verme e c’era una serata di beneficenza, per la ricerca sull’Alzheimer, con tanti artisti. Io arrivai nel tardo pomeriggio per fare il sound check, il teatro era vuoto: c’era Jannacci seduto nelle prime file che faceva gli affari suoi, e io mi trovai a provare La ballata del Paolone, che era nel mio disco Generi di conforto,  la storia di un barbone che si innamorava e poi finiva male e che idealmente si collegava a El purtava i scarp del tennis. Vedo che Jannacci mi guarda e ascolta. Io finisco il pezzo. Lui si alza, sta per andare via, poi torna indietro e si ferma vicino a quello che gli stava di fianco e gli dice: “Ma chi è quello lì?”. E basta. E poi se ne va. Io non lo so che cosa voglia dire: “Ma chi è quello lì”. Però… diciamo che, almeno, forse, si era accorto di me…».

 

Per info e date: Facebook Folco Orselli Official

 

Intervista di Manuela Florio 

Video di Emmanuel Dellaqueva

 

 

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