Selton: «Milano? È come noi: cosmopolita e piena di cose da fare»


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Cosa ci fanno quattro musicisti brasiliani a Milano da dieci anni? Hanno trovato un po’ di Brasile. E molto di più. È la storia vera di Daniel, Eduardo Ramiro e Ricardo, i quattro amici di Porto Alegre che prima si sono ritrovati per caso a suonare i Beatles per le strade di Barcellona e poi, complice Fabio Volo che li ha ospitati nel suo programma Italo Spagnolo del 2006, sono approdati a Milano su invito dei produttori Gaetano Cappa e Marco Drago. Il resto è storia: nel 2008 esce il primo album (Banana à Milanesa) con le canzoni più belle di Jannacci e Cochi e Renato (coinvolti nel progetto) in versione portoghese. Poi, un disco di inediti e un tour dietro l’altro, è arrivato il quinto album, Manifesto tropicale, che ha tutta l’aria di essere un ulteriore passo avanti verso un’identità sempre più chiara, che mescola milanesità e Brasile con ancora più convinzione di prima. Sarà un successo? Secondo noi lo è già. Perché i Selton portano con sé una carica positiva contagiosa. Il loro arrivo a Milano è coinciso con la rinascita della città e quando è uscito il quarto album Loreto Paradiso, l’intera zona in cui vivono è stata rilanciata come NoLo (North of Loreto), proprio come fosse SoHo. Chi ha portato fortuna a chi? Di sicuro non si può negare la presenza di una buona stella (Stella rossa è anche uno dei nuovi brani). È a questo punto che, incuriositi, bussiamo alla porta di Casa Selton, la casa di ringhiera dove tutti loro abitano, per scoprire che cos’ha Milano che Porto Alegre e Barcellona non hanno. A rispondere troviamo Ramiro, che ammette:

 

«In effetti, da quando siamo qua, continuiamo a sentire persone che parlano male di Milano. Noi, invece, ogni volta ne parliamo bene. Per noi Milano ha una cosa che pochissime città del mondo hanno: uno spirito cosmopolita, c’è gente di tutto il mondo che ha un sacco di cose da fare. La gente è qua per “fare”, con tutti i ritmi e le occasioni di una grande città, ma senza gli svantaggi delle megalopoli. Se prendi Londra, New York o San Paolo, sono città che ti ammazzano. Milano è una mini metropoli, con una bella qualità della vita. Soprattutto negli ultimi anni, credo».

 

Appena arrivati in città, nel 2007, siete stati ospiti su Raidue del programma di Cochi e Renato “Stiamo lavorando per noi”. Lì avete familiarizzato con il repertorio del vostro primo disco ma, soprattutto, avete incontrato Enzo Jannacci. Ci ricordi come è andata?
«Ricordo che nessuno di noi parlava ancora bene l’italiano, ma lui si era messo a parlare di calcio con Dudu (Eduardo), che lo seguiva. È stato proprio Jannacci il primo a dire che avrebbe partecipato volentieri al nostro primo disco in omaggio alle sue canzoni e a quelle di Cochi e Renato. Il giorno in cui è venuto in studio non lo dimenticherò mai: è arrivato da solo in motorino contromano, dicendo che era scappato dal controllo della moglie. Appena entrato gli abbiamo chiesto: vuoi sentire la nostra versione di Silvano? Lui ci ha detto: “no, no. Silvano si fa così”. Si è seduto al pianoforte e ha iniziato a suonare. Così è partita la registrazione che avete sentito. Con i fonici che ci microfonavano al volo, per cogliere l’attimo e registrare. Possiamo dire che in Jannacci abbiamo riconosciuto subito qualcosa del Brasile, perché aveva un modo ironico di parlare di cose serie, una caratteristica molto brasiliana. È stato così che abbiamo trovato la cifra di Milano che più ci apparteneva».

 

Come mai avete scelto la zona Loreto per vivere?
«È stato un caso: tramite un amico abbiamo conosciuto un’amica brasiliana, Monica Paes, che vive qui da più di 30 anni e conduce il programma Avenida Brasil a Radio Popolare. Lei abita in zona e ci ha ospitato nel seminterrato di casa sua per un anno e mezzo: abbiamo vissuto lì tutti insieme, in un open space, ognuno con il suo amplificatore accanto al letto. Siamo stati benissimo, in una situazione ideale, con il pianoforte in casa, il cane, il gatto, la tartaruga, un bel giardino e una famiglia di amici. Poi lei, che era diventata un po’ la nostra mamma milanese, ci ha invitato giustamente a trovare un nostro posto, in autonomia. Daniel è stato il primo a trovare questa casa e poi siamo arrivati tutti noi. A Casa Selton (nella foto di Giulia Rosco) vivono anche il fonico, l’assistente, il nostro manager e  abbiamo pure la sala prove. I vicini? Sono super tranquilli».

 

Quali sono i vostri luoghi del cuore in città?
«Il birrificio Lambrate è stato il primo che abbiamo frequentato. Poi, recentemente, abbiamo scoperto la Cascina Martesana, una situazione molto bella. A Porta Venezia andiamo spesso al Caffè Picchio o al Rainbow Café, un bar semplicissimo ma sempre pieno di gente fantastica. La Santeria Paladini, poi, l’abbiamo sempre amata, così come la Santeria Social Club».

 

Quando vengono i tuoi amici o parenti dal Brasile, cosa gli proponi?
«Li porto sempre Da Martino, trattoria milanese in zona Isola, oppure di fronte, da Franco (via Farini 3), una trattoria pugliese buonissima. Poi, naturalmente, la nostra zona è piena di ristoranti etnici fantastici. Come il Mao Hunan, qua davanti, o il Maoji in piazza Aspromonte, street food cinese incredibile. Amiamo anche i tanti ristoranti eritrei…».

 

E i luoghi d’arte?
«Ci piace molto l’Hangar Bicocca. Ma il nostro esperto è Dudu, il bassista, che ha frequentato l’Accademia di Brera. È lui che ci guida. Qua a NoLo, ad esempio, ci sono delle gallerie molto interessanti come Gigantic».

 

Come mai in Manifesto tropicale parlate tanto di melting pot e contaminazioni tra culture?
«Quando siamo arrivati a Milano e siamo diventati una vera band, abbiamo iniziato a fare una ricerca della nostra identità e ci siamo accorti sempre di più che quello che ci caratterizza è proprio il nostro mix. E fin dalla nascita, visto che tutti e quattro abbiamo famiglie d’origine che arrivavano da altrove, il Brasile stesso è sempre stato un melting pot. Se poi aggiungi che siamo andati a Barcellona a cantare in inglese le canzoni dei Beatles, e siamo arrivati a Milano a cantare in brasiliano le canzoni milanesi, la nostra vita è tutta un mix. Quello che proviamo a fare è, da una parte una ricerca sulla nostra identità già contaminata e dall’altro raccontare quello che vediamo, altrettanto contaminato. Qua a NoLo è già così e a noi piace raccontare proprio questo. Anche se non ci rendiamo conto, tutti noi in questa città assorbiamo costantemente input che arrivano da varie culture».

 

A collaborare con voi sui testi, anche questa volta, c’è Dente. Come vi siete conosciuti?
«Ci ha presentati Tommaso Colliva, che ha prodotto tutti i nostri dischi tranne il primo. Quando avevamo preparato il primo album di brani nostri in italiano, ha pensato che potesse darci una mano. Ci siamo trovati subito e da lì è nata una bella amicizia. Ci piace molto l’approccio che ha con le parole. Da lui abbiamo imparato e continuiamo a imparare tantissimo».

 

E come è nata l’amicizia con Daniele Silvestri che vi ha voluti con lui anche al Premio Tenco?
«Sua moglie (Lisa Lelli, ndr) è una nostra fan e lui, quando si sono sposati nel 2012, ci ha chiamati per farle una sorpresa e suonare alla festa. È stata una bellissima esperienza: abbiamo suonato i Beatles con Daniele tutta la sera. Poi, quando è stato il padrino per una rassegna d’autore organizzata dal premio Tenco, ci ha chiamati per suonare con lui, è venuto qua e abbiamo provato insieme fino alle cinque del mattino… È pazzesco. Siamo sempre in contatto, ci sentiamo…».

 

Accade anche con altri artisti?
«A noi piacerebbe un sacco fare qualcos’altro con Ghali, che in questo disco ha parlato in arabo, ma abbiamo scoperto con sorpresa che anche Max Pezzali ci conosce e ci segue, così come Calcutta e Francesca Michielin, che sentiamo spesso…».

 

Nessuna richiesta dal mondo del cinema?
«No, però… Wow!».

 

In Manifesto tropicale avete scelto di tornare alle sonorità brasiliane. Forse è perché vivete a Milano?
«In effetti, proprio nel momento in cui ci siamo trovati dall’altra parte del mondo ci siamo riscoperti brasiliani. E forse lo stiamo diventando sempre di più. Anche se in realtà questa volta cantiamo in italiano molto più del solito. È un contrasto interessante, che ci appartiene e ci piace. Stiamo crescendo».

 

E i Beatles?
«Li suoniamo ancora a occhi chiusi, ogni tanto, quando capita…».

 

E quando non suonate che cosa ascoltate?
«Tanto, tutto. Io ascolto molto hip hop tipo Anderson .Paak o Kendrick Lamar oppure altre sonorità come Dirty Projectors, Frank Ocean… Certo ascoltiamo sempre la musica brasiliana e i Beatles, ma ci piace un sacco scoprire cosa stanno facendo di nuovo in giro. Se volete saperne di più sui nostri gusti, provate ad ascoltare la nostra nuova Radio Selton, è un esperimento: una volta la settimana trasmettiamo live su Facebook una selezione di brani scelti da noi. Da Casa Selton, naturalmente».

 

Manuela Florio

 

Guarda il video di Luna in Riviera (Imperat) tratto dall’album Manifesto tropical

 

Curiosità perMilano: all’interno del nuovo album c’è la foto di una bimba che piange disperata. È Lidia, un’amica dei Selton che vive a San Paolo e che li ospita quando passano da lì. L’ultima volta che sono andati a trovarla lei ha consegnato l’originale agli amici dicendo: “ecco come rimango ogni volta che ve ne andate”.

 

I Selton sono: Daniel Plentz (percussioni, voce), Eduardo Stein Dechtiar (basso, voce), Ramiro Levy (chitarra, voce, ukulele), Ricardo Fischmann (voce, chitarra). Per saperne di più: seltonmusic.com

 

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